Ho scritto ancora una cosa per iMilleMag.

Cinecittà chiude? No, ma non esiste più quella che pensate voi. Gli studios oggi sono privati e stanno diventando un parco a tema.

Foto: Scott duncan

Negli ultimi tempi si è alzato un gran polverone sulla presunta prossima chiusura di Cinecittà. Questo argomento è stato anche uno dei tanti argomenti avanzati per chiedere, ed ottenere, il reintegro del FUS, i fondi per lo spettacolo che permettono l’attività del Ministero dei Beni Culturali e delle società controllate.

Come al solito il giornalismo italiano non ha chiarito né il fatto che la Cinecittà di cui si parlava non è quella che viene in mente a tutti, né quali fossero le risorse richieste e l’utilizzo che ne viene fatto. Cerchiamo di vederlo qui.

Cominciamo dalla fine.

La Cinecittà che ancora fa parte dell’immaginario collettivo è radicalmente cambiata. I teatri di posa dove sono stati girati oltre 3.000 dei film che hanno scritto la storia del cinema italiano, non sono più quelli di una volta. È diventata privata con la nascita, nel 1997, di Cinecittà Studios S.p.A., una società controllata da Italian Entertainment Group, e presieduta da Luigi Abete, che vede fra i principali azionisti i Della Valle, Aurelio De Laurentiis e la famiglia Haggiag. Il 20% è ancora pubblico, ma entro il 2011 dovrebbe essere ceduta anche quella quota, mantenendo però la proprietà di terreni ed edifici che sono solamente concessi in locazione alla nuova società.

La trasformazione è stata radicale, gli 8mila dipendenti sono diventati 150 e il cinema sta lasciando il passo alla TV. Intendiamoci, nei 20 teatri di posa – per 80mila metri quadri di superficie – vengono ancora girati film, a volte molto importanti come “gangs of New York” o il nuovo Woody Allen; ma economicamente contano di più il Grande Fratello e Ciao Darwin.

E per il futuro si profila un altro cambiamento radicale; nel verbale dell’assemblea ordinaria del consiglio di amministrazione del 24 giugno scorso, si legge “il successo delle attività della società dipenderà dalla realizzazione del progetto Parco a tema”. Così sono stati investiti 16,5 milioni di euro per realizzare il primo parco tematico dedicato al Cinema – “Cinecittà World” – che sarà in grado di accogliere più di 4 milioni di visitatori all’anno, provenienti da tutto il mondo; non serve essere maliziosi per sospettare che questo avrà una ripercussione negativa sugli investimenti sul cinema in senso stretto. Nella compagine azionaria sono anche, recentemente entrate, Filmmaster Group e K-Events, proprio in vista dello spostamento dal cinema verso gli eventi o la pubblicità, settori dove queste eccellono.

Cinecittà Studios, continuerà ad offrire servizi B2B, quali reclutamento maestranze, noleggi di attrezzature, casting, scenografie, e così via; è stato creato anche un centro di post-produzione, attraverso Cinecittà Digital Factory, sorta nel 2009, in società con Medusa. (a volte tornano). Ma sempre più rilievo avranno i CLA Studios aperti in Marocco. Anche in questo settore la globalizzazione si fa sentire, e la concorrenza dei paesi dell’est, o anche solo delle nuove realtà italiane tipo Torino, è dura da affrontare per la struttura romana che dall’alto della tradizione e qualità universalmente riconosciute deve far fronte a costi decisamente superiori a quelli delle nuove realtà.

Cosa è successo alla vecchia Cinecittà?

Dopo la separazione degli studios dal resto delle attività, nel 1999, l’allora Ente Cinecittà è stato trasformato in una società per azioni di cui il Ministro del tesoro ha assunto la titolarità delle partecipazioni e il Ministro per i beni e le attività culturali esercita i diritti dell’azionista.

La nuova società è stata messa a capo di una Holding in cui sono confluite anche Filmitalia S.p.A., Istituto Luce s.p.a. e diverse altre società che si occupavano di varie attività legate al cinema tra cui la gestione di sale cinematografiche. Proprio da due di queste – Mediaport s.p.a. e Cinecittà Multiplex s.p.a. – sono venuti i maggiori problemi in termine di perdite economiche ripetute nel tempo. Senza contare “avventure” quali la creazione di alcune nuove società, come Cinefund; società che avrebbe duvuto raccogliere capitali, ma ha generato solo perdite e ha portato alla condanna di risarcimento, per 761 mila euro, inflitta dalla Corte dei Conti ai nove membri del c.d.a. 2005.

Oltre a queste perdite il nuovo gruppo ha attuato una scellerata politica sulle risorse umane, gonfiando a dismisura gli organici delle varie società. In pochi anni si è arrivati ad una situazione economicamente insostenibile.

La decisione, obbligata, del Ministero è stata di “radicalmente ridefinire la missione e l’identità del gruppo pubblico cinematografico” identificandola nel “servizio e supporto ai protagonisti del cinema italiano che sono e devono rimanere gli autori, i produttori, i distributori, gli esercenti, i tecnici, le maestranze” invece che essere un competitor dei soggetti operanti nel settore, sono state così, nel tempo, dismesse o cedute le attività di carattere più strettamente commerciale come la gestione delle sale; un disegno perseguito con coerenza da tutti i Ministri succedutisi; anche Rutelli e Bondi ne fanno qualcuna di giusta.

Sempre perseguendo un disegno di razionalizzazione nel 2008 è stata perfezionata la fusione per incorporazione di Filmitalia S.p.A. in Cinecittà Holding S.p.A.; entrambe le società avevano fra le proprie attività la promozione all’estero del cinema classico, tanto valeva concentrare le risorse per il rafforzamento della promozione sui mercati esteri per investire anche nella diffusione del cinema italiano contemporaneo.

Anche l’ultima controllata rimasta, Istituto Luce S.p.A., è stata incorporata nel corso del 2009; si sono perse così caratteristiche di Holding, e il gruppo si è trasformato in Cinecittà Luce S.p.A.

La nuova società che ha mantenuto al suo interno le attività caratteristiche del glorioso Istituto Luce ovvero “produzione, diffusione e distribuzione, anche in compartecipazione con terzi, in Italia ed all’estero, di prodotti audiovisivi e opere cinematografiche a corto, medio e lungo metraggio, con particolare riguardo a quelli di valore culturale, a quelli didattici, scientifici, sperimentali, promozionali, per ragazzi, di formazione professionale”; coerentemente si è deciso di puntare sui nuovi autori entrando nella produzione soltanto di opere prime e seconde, in modo da permettere l’ingresso nel settore di “nuovi talenti”, anche se i criteri di selezione rimangono non propriamente limpidi. Ma questo è un film già visto.

Cinecittà Luce ha anche ereditato l’archivio storico con circa 3.000 copie della principale produzione cinematografica italiana, tutte sottotitolate in lingua straniera; una attività per sua natura più costosa che remunerativa, ma che è di fondamentale importanza per la cultura italiana e merita di essere abbondantemente finanziata, anche più di quanto avvenga oggi.

I risultati ottenuti

Come risultato finale di questa operazione, si deve evidenziare dal 2005 al 2009, i “Contributi e/o sovvenzioni d’esercizio” sono diminuiti da 32 a 19 milioni di euro, come contropartita però anche il valore della produzione è sceso da 28 a 5 milioni visto che sono state dismesse tutte le attività più strettamente commerciali.

Nel 2008 si è registrato, dopo molto tempo, una chiusura del bilancio in utile (prima delle imposte), per € 2.861.245 bissata, anche se solo per 427.176 nel 2009 (gli anni precedenti si erano chiusi con perdite anche consistenti; 2005 a -911.190; 2006 a -11.472.550; 2007 a -9.933.305 ).

Pesa ancora troppo il costo del personale; al data del 31 dicembre 2009 era di 138 unità, di cui 8 dirigenti; meno che nel 2008 quando era di 146 unità, ma con un costo complessivo pari ad euro 8.618.951, ben superiore al valore della produzione.

In termini assoluti un miglioramento si vede. Il dato sul valore della produzione non è di sicuro di buon auspicio, ma bisogna tenere presente che la società si è sempre più indirizzata verso attività di promozione e conservazione, per loro stessa natura non generatrici di ricavi, ma da ritenere sicuramente indispensabili sia per la valorizzazione del cinema nazionale sia per una ricaduta a livello di immagine e anche nel turismo.

Sull’importanza dell’archivio ho già detto; e anche ai festival di Venezia, Cannes e Berlino è sicuramente indispensabile ed utile, forse quelli di Pusan o Karlovy Vary non sono altrettanto indispensabili, ma ci possono stare e così i finanziamenti al Festival del Cinema Italiano di Tokyo o a quello di Madrid e altre iniziative promozionali di questo tipo.

Certo che si sente molto la mancanza di una rendicontazione sui ritorni avuti da queste partecipazioni, come pure su tutte le altre attività svolte. Introdurre il concetto di accountability nel pubblico e parapubblico è ancora una opzione solamente auspicabile per un futuro non troppo remoto.

Considerazione finale è che dopo la semplificazione operata, forse è il caso di compiere anche un passo più estremo: riportare tutta l’attività all’interno del Ministero dei Beni Culturali; non si capisce l’utilità di una società per azioni che non produce attività che generino valore, ma vive quasi esclusivamente grazie al finanziamento pubblico; in questo modo si potrebbe agire con maggiore serenità sugli eccessi di personale che tuttora permangono.

Aggiungo anche una nota di “colore” ma che ben chiarisce la difficoltà che queste società, private solo nel nome, incontrano nel loro operare; la Corte dei Conti sottolinea, in tutte le occasioni, il costante ritardo del versamento, da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali, dei contributi annuali stanziati per l’esercizio dell’attività; cosa che crea problemi di liquidità alla società, ma costituisce anche un “elemento ostativo alla tempestiva emanazione dei decreti di approvazione del programma annuale”; in pratica nel 2009 il Ministero ha fornito il programma annuale alle società 10 dicembre, non si capisce come abbiano potuto operare nei primi undici mesi dell’anno; chiamala, se vuoi, burocrazia.

Fonti:
Corte dei Conti: RELAZIONE sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria di CINECITTÀ HOLDING S.p.A., per l’esercizio
2008 (PDF) e per l’esercizio 2009 (PDF).

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