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Un altro articolo sul cinema che ho scritto per iMilleMag.

Il FUS per il settore cinematografico è spesso al centro di polemiche che spaziano dai tagli che subisce ai beneficiari dei contributi. Poco importa di quali cifre si parli o di come vengano spese, meglio parlare di quella volta che venne finanziato “mutande pazze” o del premio per gli incassi a “Vacanze sul Nilo”.

Proviamo a leggere la relazione del MiBAC (Ministero dei Beni Artistici e Culturali) per il 2008. Curiosamente quella per il 2009 non è ancora pubblicata sul sito, e comunque riguarderebbe film in gran parte ancora non usciti in sala.

Prima cosa che colpisce è che si parla in totale di 91 milioni di euro, non una cifra che faccia impennare il debito pubblico. E comunque scordatevela tanto si è dimezzata.

Poco meno di 7 milioni come contributi per la realizzazione, o ammodernamento, di sale cinematografiche; 8 milioni a Cinecittà Holding Spa; 3 milioni di euro alla Mostra del Cinema di Venezia e altrettanti in premi alle sale d’essai. Una ventina i milioni dedicati alle attività promozionali con la finalità di promuovere il cinema italiano presso il pubblico nazionale ed internazionale; da notare che nella relazione mancano sia un rendiconto delle operazioni promozionali sostenute sia una valutazione sul ritorno ottenuto.

Molto più basse le cifre per gli autori (1 milione), i contributi per aiutare a trasformare le sceneggiature in film veri e propri (700 mila) o per la realizzazione di cortometraggi (1,2 milioni). Per la produzione di film vengono destinati circa 38 milioni, un po’ più di 10 per le opere prime e seconde e 27,6 come sostegno diretto, entrambi i casi si parla ovviamente di film di interesse culturale e di nazionalità italiana.

Una prima cosa da evidenziare è quindi che su 91 milioni in totale solo 40 vengono utilizzati per sostenere direttamente la produzione cinematografica di qualità; c’è uno squilibrio evidente fra questi e tutte le altre attività finanziate, che pur meritorie non è così scontato debbano essere finanziate dallo Stato, ad esempio perché si finanziano Cinecittà o la Mostra di Venezia e non tutti gli altri centri di produzione e festival esistenti? Se i fondi sono scarsi si dovrebbero stabilire delle priorità, e aumentare il livello qualitativo delle produzioni è sicuramente più importante che promuovere dei film mediocri.

In questo periodo il cinema italiano sta vedendo una ripresa netta sul fronte degli incassi, ma è dovuta solo a pochi film. Il settore chiave per una crescita anche qualitativa oltre che quantitativa è senza ombra di dubbio il sostegno alla produzione.

Prima di entrare nel dettaglio si deve notare che:

Tale contributo tuttavia non rappresenta una vera e propria assunzione di rischio da parte dell’amministrazione pubblica che, a garanzia del rientro del contributo erogato, assume una quota dei diritti di sfruttamento dell’opera filmica. Il produttore, quindi, al fine di ottenere la totale proprietà dei diritti, deve restituire l’intera somma versata dagli istituti di credito.

Si ricorda che gli importi rappresentano il valore del mutuo concesso al film e garantito dallo Stato, non trattasi dunque di contributi in denaro, bensì di finanziamenti indiretti.

Il Ministero ha quindi la possibilità di rientrare in possesso dei finanziamenti concessi, ma non è ancora possibile sapere a quanto ammonta questo flusso di ritorno e come verrà utilizzato, visto che si tratta di un cambiamento recente rispetto ai precedenti contributi a fondo perduto. L’auspicio è che tali flussi vadano ad aumentare  il fondo per il sostegno delle produzioni, possibilmente ponendosi come obiettivo sia l’incremento del numero di film sostenuti, sia un aumento dell’importo finanziato; per girare un film di qualità non si può ragionare su budget inferiori ai tre milioni, anzi ne servirebbero molti di più.

Tabella – Lungometraggi che hanno ottenuto contributi nel 2008

 

Nota: FC non è football club, ma film commission.

Guardiamo la sorte dei film finanziati nel 2008; cosa si nota da questa tabella? La prima cosa che salta all’occhio, e quella più dibattuta e criticata, è il grande numero di film il cui incasso non si avvicina nemmeno al finanziamento ricevuto. È il grande argomento dei detrattori del FUS, e ha anche argomenti solidi a suo favore. Ma è un ragionamento che non tiene del tutto.

Il successo commerciale di un film è un fattore scarsamente prevedibile e legato ad elementi spesso imponderabili; anche le major hollywoodiane collezionano flop in numero elevato malgrado l’accurata pianificazione di marketing; ed è normale che per ogni successo enorme si vada incontro a più di una produzione con ritorno economico insoddisfacente. Ma ancora più importante è il fatto che il FUS non nasce per sostenere film commerciali, ma per sostenere i film di “interesse culturale”, e per promuovere lo sviluppo del settore cinematografico nel suo complesso.

È normale che si ponga come obiettivo far superare la dipendenza economica dai cinepanettoni o  dai comici televisi trapiantati sul grande schermo.

La redditività deve essere obiettivo dei produttori, non del Ministero dei Beni Culturali.

Molto più preoccupante il fatto che fra i film finanziati non ce ne sia nemmeno uno che sia candidato a restare nella memoria del pubblico; ci sono in mezzo un paio di discreti successi commerciali (Ex e Matrimoni ecc.) ma nessun capolavoro, l’unico che probabilmente resisterà al passare del tempo è “L’uomo che verrà”, che almeno ha fatto conoscere un buon regista e ha lanciato molti giovani relativamente sconosciuti.
Il Ministero dovrebbe ricominciare a dare maggiore importanza alla qualità della storia e della sceneggiatura; oggi tale fattore pesa solo per circa il 5% sulla valutazione complessiva, a tutto svantaggio del curriculum della casa di produzione in termine di numero di film distribuiti e anni di presenza nel settore. Il panorama italiano è troppo bloccato su un numero ristretto di “autori” e case di produzione; soggetti legati a schemi ormai consolidati che però non hanno prodotto capolavori da molti anni a questa parte. Se si vuole scommettere su un rinascimento, questo può venire solo da nuovi registi e autori che abbiano cose diverse da raccontare.

C’è una seconda, grande, evidenza nella tabella; evidenziata in rosso e in blu. Su 17 film usciti nelle sale ben 14 vedono la presenza, come coproduttori o distributori, di Rai Cinema, Medusa o 01 Distribution [1]. Solo tre pellicole sono riuscite a compiere il proprio percorso senza legarsi, in un modo o nell’altro, a realtà legate alle televisioni, e due di queste sono straniere.

Anche analizzando i contributi pubblici si arriva a mettere in evidenza quello che è il grosso limite del cinema italiano: una dipendenza troppo accentuata dal sistema televisivo. Forse non è un caso che proprio “L’uomo che verrà” sia l’unico dei film osservati che sia riuscito ad essere realmente indipendente dalle televisione grazie a diversi finanziatori (più o meno pubblici); e probabilmente non è un caso nemmeno che, malgrado i premi, sia stato distribuito in pochissime sale venendo fortemente penalizzato sul fronte degli incassi.

Fonti:
MiBAC
Movie Player
IMDB

[1] Per chi non lo sapesse Rai Cinema e 01 Distribution fanno capo alla RAI e Medusa è di proprietà della famiglia Berlusconi.

Si commenta qui.

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